mercoledì 20 febbraio 2008

Guadagnare meno per vivere meglio?

Il primo numero del 2008 del Courrier International (il settimanale che pubblica in francese gli articoli più interessanti dei principali giornali mondiali. L’equivalente di “Internazionale” in Italia) era dedicato alla “decrescita”.
La copertina lanciava, a tutto campo, un titolo provocatorio:
LAVORARE
MENO
PER GUADAGNARE
MENO
E VIVERE MEGLIO

Inaudito! Ma che significa? E le bollette chi le paga?

Il dossier ha avuto talmente successo, che la redazione ha deciso di renderlo interamente disponibile sul sito della rivista:
http://www.courrierinternational.com/evenement/decroissance/vivre-mieux.asp

Nell’introduzione al dossier si legge:

Nicolas Sarkozy non smette di ripetere: “I francesi vogliono lavorare di più per guadagnare di più”. Forse il Presidente sbaglia epoca. Altrove, in Svezia, in Nuova Zelanda, nel regno Unito, sono numerosi coloro che hanno intrapreso un cammino diverso. Riducendo il loro tempo di lavoro, volgendo le spalle all’iperconsumismo, scegliendo la condivisione e l’aiuto reciproco, proteggendo l’ambiente. Li chiamano gli adepti della semplicità volontaria. E il 2008, con o senza recessione, potrebbe vedere le loro idee diffondersi.

Alcuni, spiega il dossier, scelgono la “semplicità volontaria” per motivi ideologici, con l’intento di rifiutare il modello di vita consumistico imposto dal marketing.
Altri la sostengono, piuttosto, come una necessità di fronte all’aumento dell’inquinamento e dei prezzi.
Scopro così di essere adepta inconsapevole di un movimento mondiale (vedi post del 17 gennaio sul mio attuale stile di vita: “Godo dei piccoli piaceri della vita, perché non posso permettermi quelli grandi”).

Forse la “semplicità volontaria” è una moda, come lo sono spesso l’ecologia, il biologico, il macrobiotico, il vegetariano, l’ayurveda, i fiori di Bach, le campane tibetane, ecc ecc.
Ma forse si tratta davvero di un’esigenza inevitabile, un modo per imparare a convivere con un futuro che alcuni dipingono inquietante.
Nel primo articolo, estratto dal The New Zeland Herald, si legge:
Con la crescita dei prezzi degli alimenti, il peso dell’energia nel budget e lo spettro sempre presente del crollo del mercato immobiliare, tutti potrebbero presto doversi sforzare di vivere meglio con meno.

Volete dire che dovrò imparare a rammendare i calzini, invece di andare a comprarmene di nuovi da H&M????

Mi convincono poco gli esempi di mega-manager che hanno rinunciato a stipendi da 100.000 dollari l’anno, per difendere i diritti dei ciclisti o per coltivare verdure.
Si tratta di persone che hanno rinunciato a qualcosa, perché avevano molto a cui rinunciare!

Ho trovato più interessante l’ultimo articolo, di George Monbiot del The Guardian.
Per chi non conoscesse il francese o non trovasse l’originale in inglese, ne do una mia – sicuramente pessima – traduzione in italiano, per la quale spero di non essere citata in giudizio dall’autore:

Se siete sensibili, vi consiglio di girare pagina.
Mi appresto a spezzare uno degli ultimi tabù universali: spero che la recessione predetta da alcuni economisti si avveri.
Riconosco che la recessione è qualcosa di doloroso. Come tutti, sono consapevole che ad alcuni farà perdere il lavoro e la casa.
Non nego queste conseguenze, né le sofferenze che infliggerebbero, ma rispondo che sono il prodotto perfettamente evitabile di un’economia concepita per massimizzare la crescita, e non il benessere. Ciò di cui vorrei far prendere coscienza è ben poco menzionato: al di là di un certo punto, la sofferenza è anche il frutto della crescita economica.
Il cambiamento climatico non provoca solo un declino del benessere: oltrepassato un certo limite, lo fa sparire. In altri termini, minaccia la vita di centinaia di milioni di persone. Qualunque siano i loro sforzi per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, i governi si scontrano con la crescita economica. Se il consumo di energia aumenta meno velocemente man mano che un’economia arriva a maturità, alcuni paesi non sono ancora riusciti a ridurla aumentando il proprio prodotto interno lordo.
Nel Regno Unito, le emissioni di biossido di carbonio sono più elevate che nel 1997, soprattutto a causa dei 60 trimestri di crescita consecutivi di cui non cessa di vantarsi il Primo Ministro Gordon Brown. Una recessione nei paesi ricchi rappresenta senza dubbio l’unica speranza di guadagnare tempo al fine di evitare che il cambiamento climatico divenga incontrollabile.
L’enorme miglioramento del benessere degli esseri umani in tutti i campi – alloggi, nutrizione, igiene, medicina – negli ultimi cent’anni è stato reso possibile dalla crescita economica, oltre che dall’educazione, dal consumo, dall’innovazione e dal potere politico che lo ha permesso. Ma fino a dove può arrivare la crescita? In altre parole, in che momento i governi decidono che i costi marginali della crescita superano i benefici marginali? La maggior parte di noi non ha una risposta a questa domanda. La crescita deve proseguire, nella buona e nella cattiva sorte. Mi sembra che, nei paesi ricchi, abbiamo già raggiunto il punto dove bisogna fermarsi per logica.
Al momento, vivo in uno dei luoghi più poveri del Regno Unito. Qui, gli adolescenti spendono molto dal parrucchiere, si vestono all’ultima moda e sono dotati di un telefono cellulare. La maggior parte di loro che hanno l’età per guidare possiedono una macchina, che usano in continuazione e distruggono in qualche settimana. La loro spesa in benzina deve essere astronomica. Sono liberi della terribile povertà di cui soffrivano i loro nonni; ce ne dovremmo rallegrare e non scordarlo mai. Ma, a parte una grande eccezione – l’alloggio, di cui il prezzo è sopravalutato -, chi oserà sostenere che è impossibile soddisfare i bisogni fondamentali di tutti nei paesi ricchi?
I governi adorano la crescita perchè li dispensa dal combattere le ineguaglianze. Come ha fatto notare un giorno Henry Wallich, un ex-governatore della Riserva federale americana [dal 1974 al 1986], difendendo il modello economico attuale, “la crescita è un sostituto all’eguaglianza dei redditi. Finché c’è la crescita, c’è la speranza, e questa rende tollerabili le grandi differenze di reddito.”
La crescita è un sedativo politico che soffoca la contestazione, permette ai governi di evitare scontri coi ricchi, impedisce di costruire un’economia giusta e duratura. La crescita ha permesso la stratificazione sociale che persino il Daily Mail [quotidiano conservatore] oggi deplora.
Esiste qualcosa che si potrebbe ragionevolmente definire indicatore di benessere e che i ricchi non hanno già?
Tre mesi fa, il Financial Times ha pubblicato un articolo sul modo in cui i grandi magazzini si sforzano di soddisfare “il cliente che è veramente arrivato”. Ma il punto implicito è che nessuno è “arrivato”, perchè la destinazione non smette di cambiare. Il problema, spiega un dirigente di Chanel, è che il lusso è “sovrademocratizzato”.
I ricchi devono dunque spendere sempre di più per uscire dal mucchio: negli Stati Uniti, il mercato dei beni e servizi destinato ad aiutarli in questo, pesa quasi 1000 miliardi d’euro all’anno.
Se volete essere certi che non vi si possa confondere con un essere inferiore, ormai potete comprare delle pentole in oro e diamanti da Harrod’s.
Senza alcuna ironia volontaria, l’articolo era accompagnato dalla foto di una bara. Si trattava di una replica di quella di Lord Nelson, fabbricata con il legno proveniente dalla nave dove era morto, che ci si può regalare ad un prezzo esorbitante nella nuova sezione del negozio Selfridges dedicata al superlusso.
Sacrificare la propria salute e la propria felicità per potersi pagare questo orrore testimonia di certo un disagio mentale grave. Non è il tempo di riconoscere che abbiamo toccato la terra promessa e che dovremmo cercare di restarci? Perché dovremmo lasciarla per esplorare un deserto infangato dalla frenesia dei consumi seguiti da un crollo ecologico? Per i governi del mondo ricco, la politica ragionevole da seguire ormai non è quella di mantenere dei tassi di crescita più vicini allo zero possibile? Ma, poiché il discorso politico è controllato da persone che hanno come principale scopo l’accumulazione dei soldi, una tale politica sembra impossibile.
Per quanto spiacevole, è difficile immaginare quello che, a parte una recessione accidentale, potrebbe impedire alla crescita economica di espellerci dal paese di Cana per spedirci nel deserto.

1 commento:

Micu ha detto...

Ciao!
Trovo l'argomento della Decrescita molto interessante, in Italia ne ho sentito parlare per caso in radio e scoperto un movimento.Non ho ancora potuto approfondire bene, ma ho trovato ispirante quel poco che ho letto , se pur la sua applicazione sia quasi un'utopia.
(http://www.decrescitafelice.it/?p=48). Mi regala però una sorta di soddisfazione interiore sapere che nel mio piccolo metto in atto delle dinamiche di decrescita felice, come fai tu con il "godere delle piccole cose" ..
Micu