venerdì 22 febbraio 2008

Les Chinois (ovvero: la strada dell’informatica)

Anche Parigi ha la sua piccola mecca per i fanatici di informatica: Rue Montgallet.
Questa tranquilla strada poco lontano dalla Gare du Lyon, è un susseguirsi ininterrotto di negozietti che vendono ogni genere di aggeggi inerenti il mondo del computer.
Quando si parla di Rue Montgallet, si dice semplicemente “la strada dei Cinesi”, perché la maggior parte dei proprietari sono cinesi.
Quindi, se siete a Parigi e avete un improvviso disperato bisogno di un masterizzatore DVD, di una RAM da 2Gb a 800Mhz o un Hard disk esterno da 160Gb (attenzione: se chiedete un hard disk non capiscono, dovete chiedere un “disque dur”…) potete fare un salto dai cinesi.

Per inserire la visita ai cinesi all’interno di un circuito turistico, potete partire da Place de la Bastille e percorrere tutta la piacevole Promenade Plantée, la passeggiata costruita convertendo al verde un antico viadotto ferroviario. Arrivati in fondo alla passeggiata, nel grande spiazzo verde dei Jardin de Reully, si può scendere nella strada parallela alla Promenade, ovvero Avenue Daumenil, e risalire un poco in direzione della Bastiglia. Rue Montgallet è la prima traversa a destra.
Per tornare alla Bastiglia, risalite tutta Avenue Daumenil e lasciate che gli amici, stravolti dalle ore passate ad analizzare i microchip della vostra nuova scheda madre, osservino gli atelier artigianali, i negozi di design e gli studi di architettura ospitati sotto le arcate dell’ex-viadotto.

A proposito… Se passate da avenue Daumenil entro il 16 Marzo, non perdetevi la piccola ma geniale esposizione al VIA (Valorisation de l’Innovation dans l’Ameublement): “Matièrs à cultiver”. Sono esposti alcuni oggetti, soprattutto mobili e complementi per la casa, creati con bio-materiali a base vegetale. Gli studenti di architettura accorrono estasiati con carta e matita per ricopiare i modelli.

mercoledì 20 febbraio 2008

Guadagnare meno per vivere meglio?

Il primo numero del 2008 del Courrier International (il settimanale che pubblica in francese gli articoli più interessanti dei principali giornali mondiali. L’equivalente di “Internazionale” in Italia) era dedicato alla “decrescita”.
La copertina lanciava, a tutto campo, un titolo provocatorio:
LAVORARE
MENO
PER GUADAGNARE
MENO
E VIVERE MEGLIO

Inaudito! Ma che significa? E le bollette chi le paga?

Il dossier ha avuto talmente successo, che la redazione ha deciso di renderlo interamente disponibile sul sito della rivista:
http://www.courrierinternational.com/evenement/decroissance/vivre-mieux.asp

Nell’introduzione al dossier si legge:

Nicolas Sarkozy non smette di ripetere: “I francesi vogliono lavorare di più per guadagnare di più”. Forse il Presidente sbaglia epoca. Altrove, in Svezia, in Nuova Zelanda, nel regno Unito, sono numerosi coloro che hanno intrapreso un cammino diverso. Riducendo il loro tempo di lavoro, volgendo le spalle all’iperconsumismo, scegliendo la condivisione e l’aiuto reciproco, proteggendo l’ambiente. Li chiamano gli adepti della semplicità volontaria. E il 2008, con o senza recessione, potrebbe vedere le loro idee diffondersi.

Alcuni, spiega il dossier, scelgono la “semplicità volontaria” per motivi ideologici, con l’intento di rifiutare il modello di vita consumistico imposto dal marketing.
Altri la sostengono, piuttosto, come una necessità di fronte all’aumento dell’inquinamento e dei prezzi.
Scopro così di essere adepta inconsapevole di un movimento mondiale (vedi post del 17 gennaio sul mio attuale stile di vita: “Godo dei piccoli piaceri della vita, perché non posso permettermi quelli grandi”).

Forse la “semplicità volontaria” è una moda, come lo sono spesso l’ecologia, il biologico, il macrobiotico, il vegetariano, l’ayurveda, i fiori di Bach, le campane tibetane, ecc ecc.
Ma forse si tratta davvero di un’esigenza inevitabile, un modo per imparare a convivere con un futuro che alcuni dipingono inquietante.
Nel primo articolo, estratto dal The New Zeland Herald, si legge:
Con la crescita dei prezzi degli alimenti, il peso dell’energia nel budget e lo spettro sempre presente del crollo del mercato immobiliare, tutti potrebbero presto doversi sforzare di vivere meglio con meno.

Volete dire che dovrò imparare a rammendare i calzini, invece di andare a comprarmene di nuovi da H&M????

Mi convincono poco gli esempi di mega-manager che hanno rinunciato a stipendi da 100.000 dollari l’anno, per difendere i diritti dei ciclisti o per coltivare verdure.
Si tratta di persone che hanno rinunciato a qualcosa, perché avevano molto a cui rinunciare!

Ho trovato più interessante l’ultimo articolo, di George Monbiot del The Guardian.
Per chi non conoscesse il francese o non trovasse l’originale in inglese, ne do una mia – sicuramente pessima – traduzione in italiano, per la quale spero di non essere citata in giudizio dall’autore:

Se siete sensibili, vi consiglio di girare pagina.
Mi appresto a spezzare uno degli ultimi tabù universali: spero che la recessione predetta da alcuni economisti si avveri.
Riconosco che la recessione è qualcosa di doloroso. Come tutti, sono consapevole che ad alcuni farà perdere il lavoro e la casa.
Non nego queste conseguenze, né le sofferenze che infliggerebbero, ma rispondo che sono il prodotto perfettamente evitabile di un’economia concepita per massimizzare la crescita, e non il benessere. Ciò di cui vorrei far prendere coscienza è ben poco menzionato: al di là di un certo punto, la sofferenza è anche il frutto della crescita economica.
Il cambiamento climatico non provoca solo un declino del benessere: oltrepassato un certo limite, lo fa sparire. In altri termini, minaccia la vita di centinaia di milioni di persone. Qualunque siano i loro sforzi per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, i governi si scontrano con la crescita economica. Se il consumo di energia aumenta meno velocemente man mano che un’economia arriva a maturità, alcuni paesi non sono ancora riusciti a ridurla aumentando il proprio prodotto interno lordo.
Nel Regno Unito, le emissioni di biossido di carbonio sono più elevate che nel 1997, soprattutto a causa dei 60 trimestri di crescita consecutivi di cui non cessa di vantarsi il Primo Ministro Gordon Brown. Una recessione nei paesi ricchi rappresenta senza dubbio l’unica speranza di guadagnare tempo al fine di evitare che il cambiamento climatico divenga incontrollabile.
L’enorme miglioramento del benessere degli esseri umani in tutti i campi – alloggi, nutrizione, igiene, medicina – negli ultimi cent’anni è stato reso possibile dalla crescita economica, oltre che dall’educazione, dal consumo, dall’innovazione e dal potere politico che lo ha permesso. Ma fino a dove può arrivare la crescita? In altre parole, in che momento i governi decidono che i costi marginali della crescita superano i benefici marginali? La maggior parte di noi non ha una risposta a questa domanda. La crescita deve proseguire, nella buona e nella cattiva sorte. Mi sembra che, nei paesi ricchi, abbiamo già raggiunto il punto dove bisogna fermarsi per logica.
Al momento, vivo in uno dei luoghi più poveri del Regno Unito. Qui, gli adolescenti spendono molto dal parrucchiere, si vestono all’ultima moda e sono dotati di un telefono cellulare. La maggior parte di loro che hanno l’età per guidare possiedono una macchina, che usano in continuazione e distruggono in qualche settimana. La loro spesa in benzina deve essere astronomica. Sono liberi della terribile povertà di cui soffrivano i loro nonni; ce ne dovremmo rallegrare e non scordarlo mai. Ma, a parte una grande eccezione – l’alloggio, di cui il prezzo è sopravalutato -, chi oserà sostenere che è impossibile soddisfare i bisogni fondamentali di tutti nei paesi ricchi?
I governi adorano la crescita perchè li dispensa dal combattere le ineguaglianze. Come ha fatto notare un giorno Henry Wallich, un ex-governatore della Riserva federale americana [dal 1974 al 1986], difendendo il modello economico attuale, “la crescita è un sostituto all’eguaglianza dei redditi. Finché c’è la crescita, c’è la speranza, e questa rende tollerabili le grandi differenze di reddito.”
La crescita è un sedativo politico che soffoca la contestazione, permette ai governi di evitare scontri coi ricchi, impedisce di costruire un’economia giusta e duratura. La crescita ha permesso la stratificazione sociale che persino il Daily Mail [quotidiano conservatore] oggi deplora.
Esiste qualcosa che si potrebbe ragionevolmente definire indicatore di benessere e che i ricchi non hanno già?
Tre mesi fa, il Financial Times ha pubblicato un articolo sul modo in cui i grandi magazzini si sforzano di soddisfare “il cliente che è veramente arrivato”. Ma il punto implicito è che nessuno è “arrivato”, perchè la destinazione non smette di cambiare. Il problema, spiega un dirigente di Chanel, è che il lusso è “sovrademocratizzato”.
I ricchi devono dunque spendere sempre di più per uscire dal mucchio: negli Stati Uniti, il mercato dei beni e servizi destinato ad aiutarli in questo, pesa quasi 1000 miliardi d’euro all’anno.
Se volete essere certi che non vi si possa confondere con un essere inferiore, ormai potete comprare delle pentole in oro e diamanti da Harrod’s.
Senza alcuna ironia volontaria, l’articolo era accompagnato dalla foto di una bara. Si trattava di una replica di quella di Lord Nelson, fabbricata con il legno proveniente dalla nave dove era morto, che ci si può regalare ad un prezzo esorbitante nella nuova sezione del negozio Selfridges dedicata al superlusso.
Sacrificare la propria salute e la propria felicità per potersi pagare questo orrore testimonia di certo un disagio mentale grave. Non è il tempo di riconoscere che abbiamo toccato la terra promessa e che dovremmo cercare di restarci? Perché dovremmo lasciarla per esplorare un deserto infangato dalla frenesia dei consumi seguiti da un crollo ecologico? Per i governi del mondo ricco, la politica ragionevole da seguire ormai non è quella di mantenere dei tassi di crescita più vicini allo zero possibile? Ma, poiché il discorso politico è controllato da persone che hanno come principale scopo l’accumulazione dei soldi, una tale politica sembra impossibile.
Per quanto spiacevole, è difficile immaginare quello che, a parte una recessione accidentale, potrebbe impedire alla crescita economica di espellerci dal paese di Cana per spedirci nel deserto.

venerdì 15 febbraio 2008

Parigini un po’ stundai?

Come è facile essere soli “in questo popoloso deserto che appellano Parigi” (come canta Violetta Valery nella Traviata).

È facile nel senso che lo spaesamento della grande città costringe spesso ad una solitudine forzata. Ma anche nel senso che, una volta soli, la città stessa offre molte opportunità per godere con piacere della propria solitudine.
I parchi sono pieni di gente che passeggia o legge, senza alcuna compagnia. E non è raro che i tavolini dei bistrot siano occupati da un singolo avventore solitario.
Insomma: gli abitanti, invece di cercare di essere più socievoli, cercano di trarre vantaggio dal proprio isolamento.
Ne consegue, tra l’altro, il clichè del parigino antipatico e sprezzante (clichè esteso, per contiguità, a tutti i francesi).

Ad ogni modo, ho l’impressione che la famosa inclinazione dei parigini ad essere un po’ arroganti ed altezzosi non sia dovuta al disprezzo verso il prossimo, bensì all’incapacità di instaurare rapporti con gli altri, nonostante lo si desideri.
Per usare una parola genovese, sono un po’ stundai.
Eugenio Montale ha dato un’ottima definizione del termine “stundaio”:

Atteggiamento tipico di orgoglio e timidezza, misto a diffidenza. La pratica quotidiana del mugugno, un certo complesso di inferiorità nei confronti dell’altro, bilanciato dal senso di superiorità morale.

Questa è solo una mia teoria. Alcuni italiani che vivono qua, dicono che i parigini sono semplicemente stronzi.
Ma bisogna sempre distinguere la causa dall’effetto….

giovedì 14 febbraio 2008

Il Difensore del Tempo

L’area intorno al Centre Pompidour è nota come il Quartier de l’Horloge.
Ma dov’è questo benedetto orologio?

Gli isolati a nord del museo sono stati costruiti nuovi di zecca nel 1979. Gli architetti hanno voluto dare al complesso un’aria retrò: edifici di varie altezze, raccolti intorno ad una ampia corte dove cinguettano invisibili uccellini (ma ci saranno veramente o è una registrazione?).

Vagando per la corte, si viene colti dalla sorpresa, e anche un po’ dal disgusto, dall’apparire inaspettato di un ammasso ferroso, sgraziato e pesante.
Una specie di scheletro vestito, con le gambe divaricate e piegate come se stesse per sedersi sul WC, punta nel vuoto una spadina, mentre da sotto incombe un gigantesco lucertolone squamoso.
Trattasi del “Il Difensore del Tempo”. La targa sottostante spiega che l’ammasso è un:

Orologio ad automatismi
ordinato dalla COGEDIM
a Jaques Monestier nel 1975.
Inaugurato l’8 ottobre 1979
dal Sindaco di Parigi
Jaques Chirac

Apprendo così che il famoso Quartier de l'Horloge deve il suo nome non – come immaginavo - ad un antico orologio, posto qui da secoli ad indicare l’ora, ma a questo marchingegno sconosciuto e nascosto.
Apprendo inoltre che Jaques Chirac è stato sindaco di Parigi, ben prima di diventare Presidente della Repubblica.
Apprendo infine che il tempo ha dei nemici, che non riesco proprio ad identificare, e di conseguenza ha bisogno di qualcuno che lo difenda.

Un tristissimo cartello rosso avvisa: AUTOMATISMO GUASTO.

Il Difensore del Tempo - Quartier de l'Horloge

mercoledì 13 febbraio 2008

Rue de la Tombe Issoire (favola della buonanotte)

Il Gigante Isoré

C’era una volta, al tempo dei re (e delle regine!) del Medioevo, un gigante chiamato Isoré, re di Coimbra in Portogallo, alto come tre uomini.
Nascosto nella foresta che, all’epoca, arrivava fino alle porte di Parigi, aspettava che arrivassero i pellegrini diretti a Santiago de Compostela.
Li spaventava, li depredava e a volte li uccideva.

Queste orribili malefatte giunsero alle orecchie del re! Egli convocò i suoi migliori cavalieri.
Tutti furono sconfitti dal gigante.
Il re mandò a cercare il prode Guillame d’Orange, che viveva da eremita nelle montagne delle Cevenne.

Alla fine di un combattimento feroce, Guillame riuscì a decapitare il gigante. Ma Isoré era così grande e pesante, che la popolazione decise di sotterrarlo sul posto.

Il luogo diede il nome a Rue de la Tombe Isoré (via della Tomba Isoré), che, col tempo, divenne Rue de la Tombe Issoire.



Questa leggenda spiega il curioso nome di una strada nella parte meridionale del 14esimo arrondissement, una zona tranquilla e signorile, che non lascia immaginare un passato tanto cruento.

Se si passa all'incrocio di Rue de la Tombe Issoire con Rue Alesia, si incontra proprio il gigante Isorè, appollaiato su una mensola che spunta dal muro di una scuola elementare.

Una targa riporta che:

Dopo due anni, i bambini della Scuola Materna di rue de la Tombe Issoire, con la direttrice Jany Loriot e tutto il corpo insegnati della scuola, fanno rivivere la leggenda d’Isorè, all’interno di un progetto pedagogico.
Perché tutti, alunni, genitori, abitanti, si approprino di questa leggenda, il 14esimo Dipartimento di Parigi, il Consiglio di Quartiere Montsouris-Dareau, Jean Moulin – Porte d’Orléans e Mouton Duvernet, hanno affidato alla scultrice Corinne Béoust la realizzazione di una replica “grandezza naturale” d’Isoré, che sarà istallata per diversi mesi sul muro della scuola.

Il Gigante Isoré

mercoledì 6 febbraio 2008

Gli asini di Castelbuono

Questa sera, al telegiornale delle 20 di TF1 (una delle reti principali francesi), hanno trasmesso un servizio sul paesino siciliano di Castelbuono, provincia di Palermo.
Il piccolo villaggio é salito agli onori della cronaca perché impiega gli asini nella raccolta della spazzatura. Infatti gli asini sono molto più economici e silenziosi dei camion.
Il servizio, olte ad essere una curiosità da far crepare d'invidia Clemente Mimun e il suo "TG2 Costume e Società", metteva in contrasto la soluzione bucolica dell'ameno paesello con l'ormai onnipresente monnezza napoletana, che é valsa all'Italia l'ennesima sanzione UE.
In Italia hanno parlato degli asini di Castelbuono?

lunedì 4 febbraio 2008

I Francesi e Sarkozy : divorzio

Questo il titolo di oggi sulla prima pagina di Liberation, a commento delle fresche nozze fra Nicolas Sarkozy e Carla Bruni.
Dopo il matrimonio, il consenso del Presidente è calato di altri 13 punti.
Accanto al titolo, una grande vignetta. Il basso e racchio Nicolas stringe l'ammaliante Carla e dichiara: "Vi piace il mio potere d'acquisto?"

n.d.r. Questa storia del potere d'acquisto è l'ultima ossessione francese. In certi panifici parigini la baguette ha superato di gran lunga l'euro e sono tutti impazziti.