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venerdì 4 dicembre 2009

Il paese dei formaggi



Ho appena appreso, con mio grande spasso, che quello che noi chiamiamo “grafico a torta” qua è detto semplicemente “camembert”.
Sono veramente fissati col formaggio. Anche se, chiesto ad un francese quale prodotto alimentare amino di più, non rispondono il profumato latticino o il glorioso vino, bensì …. il pane.
Lunga vita alla baguette...

lunedì 19 ottobre 2009

Per fortuna che esistono i pazzi

Il giovedì è il giorno di uscita del mio settimanale preferito: Internazionale.
Oltre agli interessanti articoli di attualità, tradotti dai migliori giornali di tutto il mondo, non dimentico mai di leggere il divertente oroscopo di Rob Brezny. Più che predire il futuro, l’autore si diletta a dispensare bizzarri consigli in forma di metafora o di aneddoto, spesso molto azzeccati.
Per esempio, nella terza settimana d’agosto per il mio segno si annunciava:

Presto avrà inizio una caccia al tesoro epica. Sei pronta? (…) Ti do un suggerimento su come cominciare questa caccia al magico bottino: quale circostanza della tua vita ti ricorda metaforicamente un bar clandestino ai tempi del proibizionismo?

In quei giorni ero proprio alla caccia disperata di un ennesimo appartamento, e il caso mi ha fatto cadere su un’amica di un amico di un’amica, la quale lasciava il suo minuscolo monolocale e cercava qualcuno per rimpiazzarla. I legittimi padroni di casa vivono in Guadalupe e hanno incaricato lei di trovare il nuovo inquilino. La ragazza, giovane artista spiantata, non ha selezionato secondo i parametri più logici, ovvero in base alle garanzie più solide e al salario più alto, ma al contrario ha cercato chi le sembrava più disperato e mal messo a livello di contratto e retribuzione.
E in questo modo ho sbaragliato tutti i candidati!

Il mio nuovo alloggio, proprio come diceva il mio oroscopo, ricorda vagamente una bisca illegale: un po' umido e buio, è situato al piano terra di un cortile poco trafficato. Nella porta di fronte c'è il magazzino di un negozio di cinesi che corrono tutto il giorno avanti e indietro con dei misteriosi scatoloni...
Però pago incredibilmente poco e sono in pieno centro!

Dopo la sessantottina idealista e il mistico colombiano, la fortuna mi ha fatto incontrare ancora un altro individuo stravagante, che non ragiona secondo le crudeli leggi del mercato.
Per fortuna che esistono i pazzi, altrimenti a quest’ora sarei sotto un ponte...

lunedì 12 ottobre 2009

vive les pacsés!





Da qualche settimana i corridoi della metropolitana parigina sono tappezzati dalla pubblicità del Salon du mariage et du Pacs. Come se da noi facessero il “Salone del matrimonio e della coppia di fatto”.

Ah, il fantomatico Pacs (pact civil de solidarieté). Doveva essere il modello per i nostrani Dico, ovvero un contratto che sancisca l’unità fra 2 individui di qualunque sesso, e che alla fine stabilisce obblighi di poco diversi dal matrimonio tradizionale.
Ma che fine ha fatto questa proposta? Affossata dall’esemplare vita coniugale del nostro Presidente del Consiglio?

Quasi quasi rimpiango i bei tempi in cui eravamo i portabandiera della sacralità del matrimonio…

Il 13 ottobre ricorre il decimo anniversario dalla creazione della legge sui Pacs, e i giornali ne hanno approfittato per spendere qualche parola in numeri e statistiche.
Mentre i matrimoni si attestano stabili da 10 anni sulla cifra di 270000 l’anno, i Pacs sono cresciuto in modo esponenziale fino ai 145000 del 2008, con un aumento del 43% rispetto al 2007.
Chi temeva un fiorire di unioni selvagge e indiscriminate fra uomini, donne, transessuali, bisessuali, transgenici e transformer, è stato smentito: solo il 5,64% dei contratti riguarda una coppia omosessuale.
Il dato più curioso è che, sempre nel 2008, il numero di Pacs sciolti era il 16% del totale, contro un mostruoso 46% di divorzi sul totale dei matrimoni.




mercoledì 16 settembre 2009

e allora ignoriamoci

Qualche giorno fa mi é capitato sotto gli occhi un articolo di Le Monde sui film vincitori alla Mostra di Venezia.
Nel sottotitolo: "ignorata la selezione francese".
Trovo straordinario che immancabilmente, a commento della premiazione del Festival di Cannes, i giornali italiani annuncino: "ignorata la selezione italiana".
E allora continuiamo questa sterile competizione Francia-Italia! Ma insomma, non si tratta di calcio...

lunedì 16 febbraio 2009

Ossigeno globalizzato

Il Consiglio Regionale dell'Ile de France ci fa trovare periodicamente nella cassetta delle lettere una rivista dedicata agli avvenimenti e le iniziative che animano l'operosa Regione.

Fra i progetti sbandierati con fierezza, troviamo la sovvenzione di una filiera per la produzione di combustibile verde in uno sconosciuto villaggio del Mali.
Un’azione lodevole, certamente, ma nutro qualche riserva sul principio che l’ha generata… I consiglieri regionali, infatti, sono stati mossi da una teoria di "compensazione", secondo la quale l’emissione di CO2 generata dai nostri inquinanti mezzi di locomozione, è riequilibrata da un'iniziativa ecologista in un luogo lontano del pianeta.
Poco importa se qui l’aria è mefitica e si soffoca sotto una cappa di smog, l'importante è mantenere una quantità adeguata di aria pulita nel mondo.
Del resto, e la matematica non è un'opinione, tutti sanno che cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia.

Chissà se alla Regione sanno che anche la Provincia di Modena aveva avuto la stessa idea, lanciandosi nella tutela di un pezzo di foresta costaricana.
Ma la Procura contabile di Bologna ha contestato l'azione.
La vicenda è descritta in un articolo di La Repubblica:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/01/29/il-pm-contesta-modena-la-foresta-anti-inquinamento.html

L’articolo racconta:
Gli avvocati dei funzionari della Provincia sostengono che «la tutela delle foreste, anche a livello internazionale, assicura la salvaguardia del clima terrestre, con conseguente beneficio di tutti gli abitanti della Terra compresi quelli della Provincia di Modena». Il procuratore replica invece che «la comunità modenese avrebbe pagato quel beneficio mantenendo un livello più elevato di emissioni inquinanti, una minore conservazione del patrimonio ambientale locale». Un danno «specifico» contro «un generico beneficio mondiale», ottenuto con una procedura «nemmeno conforme al protocollo di Kyoto».

Ecco... come al solito quando una cosa la fanno i francesi è la più illuminata del mondo, mentre noi non ne azzecchiamo una!

lunedì 24 novembre 2008

Spaniliano

Come è noto, gli stranieri hanno seri problemi a distinguere fra la lingua italiana e la lingua spagnola. In genere considerano una delle due una specie di dialetto derivato dall’altra, con scarsissime differenze sostanziali.

Una volta sulla metropolitana è salito un gruppo di signore spagnole, nemmeno più tanto giovani, che facevano più casino di 6 classi di 13enni in gita scolastica. Ridevano sguaiate e si agitavano per il solo gusto tutto latino di fare un po’ di baccano.
Una donna seduta accanto a me ha sospirato volgendo gli occhi al cielo: “ah, les italiens…”. Mi sono sentita in obbligo di precisare che le signore erano spagnole, e che lo avevo capito NON perché parlo spagnolo… Quando ho dichiarato la mia nazionalità, la donna ha avuto un attimo d'imbarazzo e io, colta da compassione per la sua ignoranza, non me la sono sentita di infierire come si sarebbe meritata.

Proprio in questi giorni, sempre nella metropolitana, è comparsa l’enorme pubblicità di un fumetto satirico su Sarkozy e la sua chiacchierata consorte. Titolo: “Carla et Carlito. Ou la vie de Château”. L’evidente tentativo di ribattezzare Nicolas con un nome italianizzante, per metterlo in stretta relazione con la moglie, nome che invece è spagnolo, mi fa sospirare e volgere gli occhi al cielo….

venerdì 12 settembre 2008

Un Papa a Parigi

Ma insomma, basta!
Come raccontato nel post precedente, ultimamente sono circondata da simboli e richiami al cattolicesimo. E adesso ci si mette anche il Papa in persona! Proprio questa mattina, infatti, il Ratzy è sbarcato a Parigi per la sua prima visita in Francia. E subito la stampa e l’opinione pubblica si è scatenata contro Sarkozy, perché pare che il presidente abbia la tendenza a dare troppo peso ai credenti cristiani, in evidente contraddizione con i principi di laicità su cui si basa la Repubblica francese.
Proprio ora in TV, il presidente si sta accalorando a rassicurare che questi principi non sono in pericolo. E ci mancherebbe! Metterli in discussione equivarrebbe a un suicidio politico. La gente scenderebbe in piazza coi forconi, come ai bei tempi di Luigi XVI.

Parole chiave e argomenti trattati: génétique, bioéthique, tolérance, dignité humaine, multiplié de la France avec racine chrétienne, fanatisme.
Ma in modo particolare, il presidente ha ribadito il suo concetto di una “laïcité positive”, una laicità che rispetta e dialoga con la religione e non la esclude.
Benedetto XVI, invece, ha concluso il suo discorso con un bel Liberté, Egalité, Fraternité.
Intanto questo pomeriggio si prepara a Parigi una manifestazione in difesa della laïcité tout court...

domenica 7 settembre 2008

Una casa della Madonna... di Fatima

Ma questo non era il paese più laico e anticlericale del mondo?
Da quando sono qua, mi capita di incontrare delle manifestazioni di fervore religioso che in Italia ce le sogniamo. O che comunque non mi sarei mai aspettata da queste parti…

Prima fra tutte una lunga processione incontrata a maggio dalle parti di Saint Germain, dove una nutrita folla marciava al canto di “Sacro Cuore di Gesù proteggi la Francia”.
E poi l’emozionante partecipazione alla messa di Saint Gervais, una chiesa proprio dietro il Municipio di Parigi, dove sono entrata per caso una volta durante una passeggiata. Il gran numero di monache prostrate lunghe lunghe sul pavimento e la gente inginocchiata da tutte le parti mi fecero pensare che si trattasse di una cerimonia particolare. E invece era una messa qualunque.

Ma questo è niente in confronto alla cappella della Medaglia Miracolosa!
Proprio accanto alla Grande Epicerie de Paris, la più grande e lussuosa rosticceria parigina, si nasconde uno dei luoghi più sacri della città. La chiesa venne costruita su indicazione della Madonna stessa, apparsa a una monaca del vicino convento. La suora, alla quale non doveva mancare un certo fiuto commerciale, fece coniare una medaglia sul modello dell’immagine che le era apparsa. Da allora i fedeli credono che portare questa medaglia serva ad esaudire qualsiasi preghiera.
Le medaglie sono vendute a pacchi nel negozietto accanto.
Chi vuole saperne di più, può documentarsi al sito ufficiale:
http://www.chapellenotredamedelamedaillemiraculeuse.com/IT/A.asp

Tutto questo l’ho scoperto grazie al mio nuovo padrone di casa, un tizio esattamente l’opposto della mia ex amatissima padrona di casa (e questo non depone a suo favore…). Il tipo, infatti, è un iper-cattolico fanatico, che in confronto Santa Teresa d'Avila era induista.
Oltre ad avermi lasciato una casa lercia in modo disgustoso e un bel po’ di elettrodomestici mezzi rotti, mi ha fatto omaggio di:
1) due taniche da 5 litri di acqua di Lourdes,
2) un’immagine di Padre Pio nello sgabuzzino,
3) un crocifisso appeso sul tavolo da pranzo (mi ha chiesto espressamente di lasciarlo attaccato da qualche parte e, per rispettare il suo desiderio, l’ho trasferito dietro la porta della cucina)
4) delle piastrelle in bagno con la Madonna di Fatima,
5) la riproduzione di un’icona russa rappresentante la Resurrezione di Cristo.

E questo è niente in confronto a quello che c’era quando la occupava lui! Immagini sacre ovunque!!!
Ma non potevo trovare qualcuno normale?

mercoledì 3 settembre 2008

La temibile rentrée

Eccoci finalmente a settembre.
Ricominciano le scuole e quasi tutti sono tornati dalle ferie. Si rinnova l’iscrizione in palestra o al corso di inglese e magari si prova una lezione di pilates.
Questo banale momento dell’anno è vissuto dai francesi come l’arrivo dell’Apocalisse.
Esiste persino un nome preciso: la rentrée, un fenomeno sociale che, a giudicare dai titoloni delle pubblicità, sembra suscitare il panico e la disperazione nella popolazione.
Credo, però, che tale psicosi collettiva sia alimentata dai produttori di beni di consumo, per indurci a spendere di più.
Per superare il trauma della rentrée, infatti, bisogna comprare un nuovo computer, dei nuovi vestiti, delle nuove cartelle, dei nuovi cosmetici, iscriversi a un corso di acquagym o di pittura steineriana. E cosi via all’infinito.

Bhà… in effetti avverto una terribile angoscia all’idea di non aver ancora ripreso i corsi di yoga e di tango…
Il vero stress della rentrée non è la rentrée, ma trovare i modi per superarla!

venerdì 15 agosto 2008

Giorno dell'Ascensione

Metà agosto. Un mese in genere vacanziero, che passa veloce e dove non succede mai granché, in attesa del rientro di settembre.
Quest'anno, invece, mi sta portando grandi novità: un altro lavoro oltre a quello che avevo già, un trasloco in una appartamentino tutto mio, ma, soprattutto, tappa fondamentale della mia pariginizzazione, l'abbonamento al velib' (ovvero: il sistema che permette di prendere in affitto delle biciclette pubbliche).
Bisogna dire che le biciclette non sono molto maneggevoli. In più, essendo cosa pubblica, nemmeno tutto il buon senso civico francese vince la tentazione di maltrattarle e non è sempre facile trovarne una in buono stato. Eppure, il sistema velib' è diventato di moda ed è stato subito adottato con entusiasmo dai parigini.
Il vantaggio principale è poter scorrazzare in lungo e in largo senza preoccuparsi dei furti e di dove parcheggiare. E poi la città è costellata di punti dove prelevarle e rilasciarle.
Viva il velib’!

:-)

sabato 31 maggio 2008

Gardarèm lo Larzac!

Ultimo giorno di maggio e non ho parlato nemmeno una volta dei numerosi dibattiti, rievocazioni, pubblicazioni e trasmissioni che sono stati fatti in Francia per i 40 anni dal Maggio del ’68.
Appunto! Al riguardo sono già stati versati abbastanza fiumi di caratteri tipografici, senza bisogno di aggiungere le mie inutilia.

Ma per parlare un po’ di lotte e movimenti, oggi chiacchieravo con la mia padrona di casa e ho scoperto un episodio della storia recente francese che – come al solito – mi era del tutto sconosciuto: la lotta del Larzac.
Larzac è un bucolico paesino di 115 abitanti, situato placidamente fra campi e pascoli di pecore su un altopiano dell’Aquitania.
Tanta pace agreste non lascia immaginare che il paesello è stato teatro di una contestazione epica e di una vittoria leggendaria del popolo francese.

Nel 1971, lo Stato decide di ingrandire il campo militare del Larzac, occupando terreni destinati al pascolo.
Contadini e pecore rifiutano l’espropriazione e marciano su Parigi al grido di "Gardarèm lo Larzac !" (in occitano: “Conserveremo il Larzac”).
L’opinione pubblica si mobilita in favore dei coltivatori e nel 1973, 100.000 persone, venute da tutta la Francia, si riuniscono sull’altopiano per manifestare il loro appoggio.
La lotta dura fino al 1981, quando lo Stato decide di abbandonare il progetto.

Come si legge sul sito del movimento, «i coltivatori del Larzac hanno mostrato che un gruppo minoritario può resistere a una decisione autoritaria dello Stato. (…)
Esemplare per la sua durata, il suo epilogo, ma soprattutto per le sue caratteristiche peculiari (pratica della disobbedienza, della non-violenza, della solidarietà, dell’autogestione e dello scherno), la lotta del Larzac ha conferito alla regione un potere simbolico forte, oggigiorno ancora molto vivace.
Perché se, per molti, la storia del Larzac si è conclusa con la vittoria del 1981, in realtà è continuata, più silenziosa, grazie alla vitalità di una comunità che ha saputo restare fedele ai suoi impegni iniziali.
La storia continua in principio negli anni 80 con il piano di sviluppo del territorio “liberato”, poi negli anni 90 con la sua gestione, per la quale il Larzac ha aggiunto al suo riferimento in materia di “resistenza popolare”, quello di “laboratorio politico e sociale”.»

La comunità si è consolidata in raggruppamenti fondiari agricoli (Groupements Fonciers Agricoles – GFA), al fine di acquistare terreni strategici nella zona prevista per l’espansione.
I finanziamenti per le acquisizioni furono raccolti vendendo particelle di terreno a cittadini simpatizzanti.

Fra questi simpatizzanti c’è, ovviamente, anche la mia padrona di casa, che al momento è formalmente proprietaria di un metro quadrato di terreno in Aquitania. Adoro questa donna!

sabato 26 aprile 2008

Paris vs London

Fra qualche giorno andrò a Londra a trovare la mia carissima amica Francesca. Così ho deciso di prendere una guida turistica sulla capitale britannica.
Ho scelto una guida Routard, perchè ho già utilizzato la versione italiana per altri viaggi e mi sono sempre trovata molto bene.

Al contrario, la versione francese (quindi originale, dal momento che è qui che nascono le Routard) della guida di Londra mi ha un po’ deluso.
Mi ha irritato soprattutto il fatto che, in linea con le abitudini galliche, appena possibile i luoghi e i monumenti londinesi vengono rapportati alla cosa più simile parigina.
Ma i francesi hanno davvero bisogno di un confronto con i luoghi nazionali per comprendere come sono fatti quelli stranieri?
Pare di si:
Soho: un peu l’équivalent de Pigalle à Paris.
Covent Garden fait vraiment penser aux Halles
(qui, almeno, hanno la decenza di ammettere che Covent Garden è nettamente migliore di Les Halles).
La Royal Academy of Arts possède une école d’art renommée, qui fut créée sur le modèle de l’école française des Beaux-Arts.

Non mancano qua e là osservazioni e allusioni ironiche, che rivelano fra le righe un certo complesso di inferiorità e non poca avversione dei francesi verso gli inglesi. E' evidente, soprattutto, il senso di rivalsa che la capitale francese prova nei confronti di quella inglese.

La chicca è l'introduzione storica al Victorian and Albert Museum:

En 1851, l'Exposition universelle organisée à Hyde Park mettait en concurrence les technologies et le savoir-faire des pays du monde entier. Les Anglais purent constater amérement que l'esthétique des produits manifacturés britannique avait fait les frais de la production industrielle, alors que dans ce domanie les Francais s'en tiraient bien mieux.

Nel 1851, l'Esposizione universale organizzata a Hyde Park mise in concorrenza le tecnologie e le competenze dei paesi del mondo intero. Gli inglesi poterono constatare amaramente che l'estetica dei prodotti manifatturieri britannici aveva fatto le spese della produzione industriale, mentre i francesi in questo campo se la cavavano molto meglio.


E fu per questo che il principe Albert decise di costruire un museo dedicato alle Arti decorative…


Il mese scorso The Economist ha pubblicato un articolo “London and Paris - The rivals”, che mette a confronto le due capitali: http://www.economist.com/world/europe/displaystory.cfm?story_id=10849106
I dati evidenziano la staticità economica e urbanistica della Ville Lumiére, contro il dinamismo di Londra. A Londra vivono circa 200.000 francesi, contro i 22.000 inglesi di Parigi. La divisione in 20 arrondissements di Parigi risale al 1860 e mantiene la superficie della città anacronisticamente minuscola. Al contrario, nel 1965 il comune di Londra si è esteso alla Great London, un agglomerato urbano circa 10 volte la superficie del comune di Parigi.
Mi stupisce persino che i londinesi si possano sentire in competizione con Parigi!
Un pezzo dell’articolo ricorda, infatti, che “officials at London's City Hall bristle at the idea that the two cities can be compared. 'We don't think of ourselves as in competition with Paris,' sniffs John Ross, Mr Livingstone's economic adviser. 'We've won that contest. We measure ourselves against New York.'

mercoledì 20 febbraio 2008

Guadagnare meno per vivere meglio?

Il primo numero del 2008 del Courrier International (il settimanale che pubblica in francese gli articoli più interessanti dei principali giornali mondiali. L’equivalente di “Internazionale” in Italia) era dedicato alla “decrescita”.
La copertina lanciava, a tutto campo, un titolo provocatorio:
LAVORARE
MENO
PER GUADAGNARE
MENO
E VIVERE MEGLIO

Inaudito! Ma che significa? E le bollette chi le paga?

Il dossier ha avuto talmente successo, che la redazione ha deciso di renderlo interamente disponibile sul sito della rivista:
http://www.courrierinternational.com/evenement/decroissance/vivre-mieux.asp

Nell’introduzione al dossier si legge:

Nicolas Sarkozy non smette di ripetere: “I francesi vogliono lavorare di più per guadagnare di più”. Forse il Presidente sbaglia epoca. Altrove, in Svezia, in Nuova Zelanda, nel regno Unito, sono numerosi coloro che hanno intrapreso un cammino diverso. Riducendo il loro tempo di lavoro, volgendo le spalle all’iperconsumismo, scegliendo la condivisione e l’aiuto reciproco, proteggendo l’ambiente. Li chiamano gli adepti della semplicità volontaria. E il 2008, con o senza recessione, potrebbe vedere le loro idee diffondersi.

Alcuni, spiega il dossier, scelgono la “semplicità volontaria” per motivi ideologici, con l’intento di rifiutare il modello di vita consumistico imposto dal marketing.
Altri la sostengono, piuttosto, come una necessità di fronte all’aumento dell’inquinamento e dei prezzi.
Scopro così di essere adepta inconsapevole di un movimento mondiale (vedi post del 17 gennaio sul mio attuale stile di vita: “Godo dei piccoli piaceri della vita, perché non posso permettermi quelli grandi”).

Forse la “semplicità volontaria” è una moda, come lo sono spesso l’ecologia, il biologico, il macrobiotico, il vegetariano, l’ayurveda, i fiori di Bach, le campane tibetane, ecc ecc.
Ma forse si tratta davvero di un’esigenza inevitabile, un modo per imparare a convivere con un futuro che alcuni dipingono inquietante.
Nel primo articolo, estratto dal The New Zeland Herald, si legge:
Con la crescita dei prezzi degli alimenti, il peso dell’energia nel budget e lo spettro sempre presente del crollo del mercato immobiliare, tutti potrebbero presto doversi sforzare di vivere meglio con meno.

Volete dire che dovrò imparare a rammendare i calzini, invece di andare a comprarmene di nuovi da H&M????

Mi convincono poco gli esempi di mega-manager che hanno rinunciato a stipendi da 100.000 dollari l’anno, per difendere i diritti dei ciclisti o per coltivare verdure.
Si tratta di persone che hanno rinunciato a qualcosa, perché avevano molto a cui rinunciare!

Ho trovato più interessante l’ultimo articolo, di George Monbiot del The Guardian.
Per chi non conoscesse il francese o non trovasse l’originale in inglese, ne do una mia – sicuramente pessima – traduzione in italiano, per la quale spero di non essere citata in giudizio dall’autore:

Se siete sensibili, vi consiglio di girare pagina.
Mi appresto a spezzare uno degli ultimi tabù universali: spero che la recessione predetta da alcuni economisti si avveri.
Riconosco che la recessione è qualcosa di doloroso. Come tutti, sono consapevole che ad alcuni farà perdere il lavoro e la casa.
Non nego queste conseguenze, né le sofferenze che infliggerebbero, ma rispondo che sono il prodotto perfettamente evitabile di un’economia concepita per massimizzare la crescita, e non il benessere. Ciò di cui vorrei far prendere coscienza è ben poco menzionato: al di là di un certo punto, la sofferenza è anche il frutto della crescita economica.
Il cambiamento climatico non provoca solo un declino del benessere: oltrepassato un certo limite, lo fa sparire. In altri termini, minaccia la vita di centinaia di milioni di persone. Qualunque siano i loro sforzi per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, i governi si scontrano con la crescita economica. Se il consumo di energia aumenta meno velocemente man mano che un’economia arriva a maturità, alcuni paesi non sono ancora riusciti a ridurla aumentando il proprio prodotto interno lordo.
Nel Regno Unito, le emissioni di biossido di carbonio sono più elevate che nel 1997, soprattutto a causa dei 60 trimestri di crescita consecutivi di cui non cessa di vantarsi il Primo Ministro Gordon Brown. Una recessione nei paesi ricchi rappresenta senza dubbio l’unica speranza di guadagnare tempo al fine di evitare che il cambiamento climatico divenga incontrollabile.
L’enorme miglioramento del benessere degli esseri umani in tutti i campi – alloggi, nutrizione, igiene, medicina – negli ultimi cent’anni è stato reso possibile dalla crescita economica, oltre che dall’educazione, dal consumo, dall’innovazione e dal potere politico che lo ha permesso. Ma fino a dove può arrivare la crescita? In altre parole, in che momento i governi decidono che i costi marginali della crescita superano i benefici marginali? La maggior parte di noi non ha una risposta a questa domanda. La crescita deve proseguire, nella buona e nella cattiva sorte. Mi sembra che, nei paesi ricchi, abbiamo già raggiunto il punto dove bisogna fermarsi per logica.
Al momento, vivo in uno dei luoghi più poveri del Regno Unito. Qui, gli adolescenti spendono molto dal parrucchiere, si vestono all’ultima moda e sono dotati di un telefono cellulare. La maggior parte di loro che hanno l’età per guidare possiedono una macchina, che usano in continuazione e distruggono in qualche settimana. La loro spesa in benzina deve essere astronomica. Sono liberi della terribile povertà di cui soffrivano i loro nonni; ce ne dovremmo rallegrare e non scordarlo mai. Ma, a parte una grande eccezione – l’alloggio, di cui il prezzo è sopravalutato -, chi oserà sostenere che è impossibile soddisfare i bisogni fondamentali di tutti nei paesi ricchi?
I governi adorano la crescita perchè li dispensa dal combattere le ineguaglianze. Come ha fatto notare un giorno Henry Wallich, un ex-governatore della Riserva federale americana [dal 1974 al 1986], difendendo il modello economico attuale, “la crescita è un sostituto all’eguaglianza dei redditi. Finché c’è la crescita, c’è la speranza, e questa rende tollerabili le grandi differenze di reddito.”
La crescita è un sedativo politico che soffoca la contestazione, permette ai governi di evitare scontri coi ricchi, impedisce di costruire un’economia giusta e duratura. La crescita ha permesso la stratificazione sociale che persino il Daily Mail [quotidiano conservatore] oggi deplora.
Esiste qualcosa che si potrebbe ragionevolmente definire indicatore di benessere e che i ricchi non hanno già?
Tre mesi fa, il Financial Times ha pubblicato un articolo sul modo in cui i grandi magazzini si sforzano di soddisfare “il cliente che è veramente arrivato”. Ma il punto implicito è che nessuno è “arrivato”, perchè la destinazione non smette di cambiare. Il problema, spiega un dirigente di Chanel, è che il lusso è “sovrademocratizzato”.
I ricchi devono dunque spendere sempre di più per uscire dal mucchio: negli Stati Uniti, il mercato dei beni e servizi destinato ad aiutarli in questo, pesa quasi 1000 miliardi d’euro all’anno.
Se volete essere certi che non vi si possa confondere con un essere inferiore, ormai potete comprare delle pentole in oro e diamanti da Harrod’s.
Senza alcuna ironia volontaria, l’articolo era accompagnato dalla foto di una bara. Si trattava di una replica di quella di Lord Nelson, fabbricata con il legno proveniente dalla nave dove era morto, che ci si può regalare ad un prezzo esorbitante nella nuova sezione del negozio Selfridges dedicata al superlusso.
Sacrificare la propria salute e la propria felicità per potersi pagare questo orrore testimonia di certo un disagio mentale grave. Non è il tempo di riconoscere che abbiamo toccato la terra promessa e che dovremmo cercare di restarci? Perché dovremmo lasciarla per esplorare un deserto infangato dalla frenesia dei consumi seguiti da un crollo ecologico? Per i governi del mondo ricco, la politica ragionevole da seguire ormai non è quella di mantenere dei tassi di crescita più vicini allo zero possibile? Ma, poiché il discorso politico è controllato da persone che hanno come principale scopo l’accumulazione dei soldi, una tale politica sembra impossibile.
Per quanto spiacevole, è difficile immaginare quello che, a parte una recessione accidentale, potrebbe impedire alla crescita economica di espellerci dal paese di Cana per spedirci nel deserto.

venerdì 15 febbraio 2008

Parigini un po’ stundai?

Come è facile essere soli “in questo popoloso deserto che appellano Parigi” (come canta Violetta Valery nella Traviata).

È facile nel senso che lo spaesamento della grande città costringe spesso ad una solitudine forzata. Ma anche nel senso che, una volta soli, la città stessa offre molte opportunità per godere con piacere della propria solitudine.
I parchi sono pieni di gente che passeggia o legge, senza alcuna compagnia. E non è raro che i tavolini dei bistrot siano occupati da un singolo avventore solitario.
Insomma: gli abitanti, invece di cercare di essere più socievoli, cercano di trarre vantaggio dal proprio isolamento.
Ne consegue, tra l’altro, il clichè del parigino antipatico e sprezzante (clichè esteso, per contiguità, a tutti i francesi).

Ad ogni modo, ho l’impressione che la famosa inclinazione dei parigini ad essere un po’ arroganti ed altezzosi non sia dovuta al disprezzo verso il prossimo, bensì all’incapacità di instaurare rapporti con gli altri, nonostante lo si desideri.
Per usare una parola genovese, sono un po’ stundai.
Eugenio Montale ha dato un’ottima definizione del termine “stundaio”:

Atteggiamento tipico di orgoglio e timidezza, misto a diffidenza. La pratica quotidiana del mugugno, un certo complesso di inferiorità nei confronti dell’altro, bilanciato dal senso di superiorità morale.

Questa è solo una mia teoria. Alcuni italiani che vivono qua, dicono che i parigini sono semplicemente stronzi.
Ma bisogna sempre distinguere la causa dall’effetto….

mercoledì 6 febbraio 2008

Gli asini di Castelbuono

Questa sera, al telegiornale delle 20 di TF1 (una delle reti principali francesi), hanno trasmesso un servizio sul paesino siciliano di Castelbuono, provincia di Palermo.
Il piccolo villaggio é salito agli onori della cronaca perché impiega gli asini nella raccolta della spazzatura. Infatti gli asini sono molto più economici e silenziosi dei camion.
Il servizio, olte ad essere una curiosità da far crepare d'invidia Clemente Mimun e il suo "TG2 Costume e Società", metteva in contrasto la soluzione bucolica dell'ameno paesello con l'ormai onnipresente monnezza napoletana, che é valsa all'Italia l'ennesima sanzione UE.
In Italia hanno parlato degli asini di Castelbuono?

lunedì 4 febbraio 2008

I Francesi e Sarkozy : divorzio

Questo il titolo di oggi sulla prima pagina di Liberation, a commento delle fresche nozze fra Nicolas Sarkozy e Carla Bruni.
Dopo il matrimonio, il consenso del Presidente è calato di altri 13 punti.
Accanto al titolo, una grande vignetta. Il basso e racchio Nicolas stringe l'ammaliante Carla e dichiara: "Vi piace il mio potere d'acquisto?"

n.d.r. Questa storia del potere d'acquisto è l'ultima ossessione francese. In certi panifici parigini la baguette ha superato di gran lunga l'euro e sono tutti impazziti.

sabato 26 gennaio 2008

Veolia chi?

Come mi ero promessa (vedi post precedente), sono andata a leggere l'articolo scritto dal mio amico sulle pagine di italieaparis.net, riguardo lo smaltimento degli ormai celebri rifiuti napoletani.
L’articolo, oltre a fornire ai gallici un quadro generale della situazione, fa notare che la multinazionale francese Veolia sarà probabilmente l’unica azienda in corsa per l’eliminazione della spazzatura.
Si rimanda poi ad un interessante articolo di Antimafia dal titolo "Zanotelli: Allarme Veolia, la multinazionale vuole gestire rifiuti e acqua a Napoli".

Ma chi è questa Veolia?

Faccio una breve ricerca su internet e scopro la più grande compagnia idrica del mondo, che fornisce l'acqua potabile a 108 milioni di persone e ricicla i rifiuti per 74 milioni, sparsi in 84 paesi diversi.
Gestiscono persino il 20% dell’Acquedotto de Ferrari Galliera, quello che alimenta i “brunzin” genovesi!
Sul sito del gruppo italiano spiegano:

Il nostro impegno:
Soddisfare, giorno per giorno, le esigenze essenziali delle popolazioni nel rispetto delle risorse naturali.
Il nostro mestiere:
Siamo l'unico gruppo mondiale la cui attività sia completamente dedicata ai servizi all'ambiente e che sia in grado di declinare tutta la gamma nelle sue quattro componenti: l’acqua, la pulizia, i servizi energetici e il trasporto.
La nostra ambizione:
rafforzare la nostra posizione di n°1 mondiale dei servizi all'ambiente presso municipalità e gruppi industriali, ovunque nel mondo, proponendo soluzioni che abbinino efficacia economica, eccellenza tecnica e considerazione della dimensione sociale.

Ma che bravi, sono commossa.

Molto interessanti le informazioni trovate su transnationale, un sito che fornisce il profilo di 12000 aziende di tutto il mondo, con relativo “ethical ratings”.
Da qui risulta che Veolia vanta attività in 7 paradisi fiscali, è stata denunciata per 9 atti di delinquenza finanziaria, 6 atti di corruzione diretta o di lobbying, 3 pratiche dubbie in campo marketing e pubblicità e 3 atti di inquinamento considerevole.

E io che bevevo l’acqua del rubinetto per non alimentare le multinazionali delle acque minerali!!!

martedì 22 gennaio 2008

Ultime notizie

Mastella-mozzarella, papa-day, città-spazzatura e governi che cadono come foglie d'autunno.
In questi giorni, le notizie che filtrano all'estero sull'Italia sono più sconfortanti che mai.

In compenso, oggi un ragazzo italiano che vive qui mi ha fatto una rivelazione interessante: i giornali francesi si dilettano a spargere litri d'inchiostro sulla faccenda spazzatura a Napoli, ma nessun quotidiano gallico dice che una società francese ha intenzione di buttarsi nel business dello smaltimento di questi rifiuti.
Il mio amico scriverà un articolo al riguardo nel suo sito http://www.italieaparis.net/ .
Sono curiosa di saperne di più...

sabato 19 gennaio 2008

Natura morta con gatto


Natura morta con gatto e macchina per caffè profondamente politically uncorrect.
Ma che m'importa! Con la fatica che m'è costata portarla dall'Italia.....


Nel viaggio di ritorno dalle vacanze natalizie mi sono attenuta il più possibile al modello "italiano all'estero": valigia piena di passata di pomodoro, pasta, riso e pesto.

Avevo anche un trancio di speck e un quarto di caciocavallo.

giovedì 17 gennaio 2008

Filosofia di vita

Godo dei piccoli piaceri della vita, perché non posso permettermi quelli grandiHo ripescato dal mio archivio fotografico un'immagine catturata l'anno scorso a Barcellona.

Ero seduta al tavolo di un bar. Accanto a me un giornale messo a disposizione dei clienti. Mi é caduto l'occhio su questa vignetta, che credo illustri bene il mio attuale stile di vita:

Godo dei piccoli piaceri della vita...
perché non posso permettermi quelli grandi.